Trai vari obblighi di Legge, ai sensi di art. 41 e art. 176, comma 1 del D.Lgs.81/08 e s.m.i. (TUSS, Testo Unico per la Salute e la Sicurezza nei luoghi di lavoro), il medico competente deve occuparsi del ‘lavoratore che utilizza il videoterminale per almeno 20 ore settimanali dedotte le pause’ (art.173, comma 1, lettera c, D.Lgs.81/08 e s.m.i.) in merito a sorveglianza sanitaria, sopralluoghi negli ambienti di lavoro (Riferimento: Allegato XXXIV), formazione-informazione sui rischi e partecipazione alla riunione annuale (per aziende con oltre 15 lavoratori ai sensi di art.25, comma 1).
Si tratta per lo più di lavoratori impegnati all’interno di banche e assicurazioni, uffici di enti di ricerca e società di servizi, call center e stazioni di controllo, ma anche ‘a domicilio’ o in altri ambienti extra-aziendali, attraverso l’attività in remoto meglio conosciuta come ‘smartworking’.
Inoltre l’avvento della digitalizzazione del mondo del lavoro (Impresa 4.0) ha moltiplicato le postazioni dotate di videoterminale in ambiti non tradizionali, quali la logistica ed i trasporti, la sanità e l’industria.
Questa trasformazione del mondo del lavoro, sia per la varietà degli ambienti che per l’introduzione di nuove organizzazioni, sta presentando nuove criticità per la salute dei lavoratori con inevitabili ricadute sulle aziende: dalle problematiche muscoloscheletriche (posture incongrue) ai rischi emergenti oculovisivi (luce blu), dalla salute mentale alle malattie metaboliche e neoplastiche legate alla sedentarietà.
Tuttavia, nonostante siano trascorsi 25 anni dall’introduzione degli obblighi di Legge nei confronti dei cosiddetti ‘videoterminalisti’ (il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare i rischi per la vista e gli occhi, i problemi legati alla postura ed all’affaticamento fisico o mentale e le condizioni ergonomiche e di igiene ambientale), l’attività del medico competente in questo ambito è ancora sottovalutata nelle aziende, a volte confusa con il medico oculista, in altri casi trascurata dallo stesso medico.
Eppure si stima che i lavoratori al videoterminale siano in Italia tra i 16 e i 20 milioni all’interno di un trend in costante aumento, ma che ne risultano visitati regolarmente meno di 3 milioni.
Perciò appare ancora lungo il percorso da compiere per garantire una autentica tutela della salute a ‘vecchi’ e ‘nuovi’ videoterminalisti e, nel contempo maggiore produttività per le aziende.
Contrariamente a quanto percepito da molti, una attività sostanzialmente sedentaria può nascondere insidie per la salute, spesso sottovalutate e a volte proprio ignorate.
Il ‘medico competente’ ricopre in questo caso un ruolo prevenzionistico decisivo, innanzi tutto verso l’insorgenza di malattie professionali o lavoro-correlate (p.es. Sindrome tunnel carpale, Tendiniti distretto polso-mano, epicondilite, tendinite cuffia rotatori, ecc.) causate da “sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore per lavorazioni svolte in modo non occasionale che comportano movimenti ripetuti o mantenimento di posture incongrue” (M.P. n°78, D.M. 9 aprile 2008).
Ma nella maggior parte dei casi le criticità riguardano la valutazione di compatibilità fra l’eventuale menomazione/malattia ‘comune’ dell’operatore e le ‘richieste’ della mansione e diventa a volte necessario un lavoro di squadra, che coinvolga tutte le necessarie competenze, aziendali ed extra-aziendali, sia tecnico-organizzative che sanitarie, come accade per esempio nei casi di ‘accomodamento ragionevole nei luoghi di lavoro’ (rif. Legge 190/2014).
Il medico competente riveste un ruolo centrale anche nei casi in cui l’azienda intenda realizzare iniziative di promozione della salute per i lavoratori, che verranno di volta in volta ‘confezionate’ in base agli obiettivi ed al budget disponibile con riferimento al’art.25 comma 1 D. Lgs. 81/08 e s.m.i.
Tuttavia nelle aziende che hanno già assicurato un buon recepimento della Normativa vigente, la routine quotidiana è caratterizzata principalmente dalla prevenzione di disturbi da ‘posizione seduta mantenuta per tempi prolungati in posizione fissa’ e da ‘utilizzo prolungato di mouse e tastiera’, che possono sempre determinare un sovraccarico funzionale a carico del rachide e degli arti superiori.
La sorveglianza sanitaria dovrà perciò comprendere “un’accurata valutazione dei distretti interessati che tenga conto anche dei fattori predisponenti personali nonché delle abitudini voluttuarie”, come raccomandato da INAIL.
Anche la letteratura internazionale dimostra un incremento dei disturbi a collo e spalle fra i videoterminalisti ed una associazione fra uso del videoterminale e disturbi muscolo-scheletrici, in particolare dolore o rigidità del collo con prevalenza pari al 59,3 %.
In sintesi, l’attenzione deve concentrarsi su due tipi di rischio: i ‘movimenti ripetitivi’ (generalmente dito indice e medio che azionano il puntatore-mouse) e le ‘posture incongrue statiche e protratte’ (principalmente avambraccio e tronco privi di sostegno, rispettivamente del piano di lavoro e dello schienale).
Perciò, se da un lato è fondamentale una sorveglianza sanitaria mirata in grado di prevenire il manifestarsi di quadri clinici conclamati, cogliendone i sintomi ed i segni più precoci, ancora più importante è la predisposizione di un layout adeguato delle postazioni, aderente alle raccomandazioni di Legge (in primis: piano di lavoro e seduta), e una azione formativa-informativa pratica ed aggiornata, che orienti gli operatori sulle corrette posture da assumere.
Naturalmente una corretta prevenzione del rischio muscoloscheletrico nei lavoratori ‘in remoto’, o comunque impegnati in una attività ‘ibrida’, presenta ulteriori criticità e richiede un approccio articolato. Per questo tema si rimanda al capitolo Il metodo VIRA (VDT Integrated Risk Assessment).
Infine vanno citate le attrezzature dotate di un ‘piccolo dispositivo di visualizzazione’ (< 10 pollici), come smartphone (PDA-phone) e ‘tablet’, che pur non rientrando nei criteri di applicazione della Legge, costituiscono una problematica oggettiva che non conviene sottovalutare. Per tutti si ricorda la tendinite del pollice (M. di De Quervain) che può essere causata dalla scorretta ed abnorme digitazione dello smartphone.
I disturbi a vista ed occhi (arrossamento e bruciore, pesantezza e secchezza a titolo di esempio) rappresentano le problematiche più studiate e probabilmente le più diffuse tra i videoterminalisti, ma da alcuni anni emergono nuovi elementi che meritano attenzione.
Diverse pubblicazioni internazionali si sono occupate del rischio ‘visione ravvicinata, protratta e statica’, a proposito dell’aumento considerevole della prevalenza della miopia nella popolazione. Il fenomeno della miopia, definita ‘accomodativa’ o pseudomiopia, poiché favorita dal lavoro prossimale, caratterizzato comunque da un difetto di rifrazione modesto, si spiegherebbe soprattutto con l’utilizzo crescente dei moderni dispositivi informatici dotati di un piccolo schermo.
Oggetto di diversi studi sono anche gli effetti sulla vista e gli occhi dell’esposizione a luce blu considerato che, al di là della luce solare e di alcuni tipi di lampade, anche gli ‘schermi piatti’ ne producono una quantità modesta. Il sospetto è che tale esposizione possa causare un danno ad alcune strutture dell’occhio, quali la cornea il cristallino e la retina in particolare, per ora dimostrato su cavie a livello sperimentale.
In attesa di acquisire maggiori certezze, rimane al centro della sorveglianza sanitaria del videoterminalista l’obiettivo della diminuzione dei casi di astenopia (sinonimo di affaticamento ‘oculo-visivo’) di natura occupazionale, che la letteratura nazionale degli anni ‘90 poneva al 40-50 % di prevalenza.
Le percentuali ad oggi risultano molto più basse fino a scendere al 10 %, grazie all’impegno profuso negli ultimi decenni a favore del benessere lavorativo del ‘videoterminalista’: progettazione di nuovi uffici con la selezione di adeguati materiali di arredo, moderni strumenti informatici con schermi più grandi ed alta risoluzione, azione di sensibilizzazione dei Servizi di Prevenzione e Protezione e dei Rappresentanti dei lavoratori per le loro competenze, momenti formativi-informativi dedicati ai lavoratori, attività di prevenzione dei medici competenti, dal supporto consulenziale alla formulazione dei giudizi di idoneità con eventuali prescrizioni.
Infatti va ricordato che negli ambienti di lavoro non adeguatamente concepiti ed organizzati e/o nelle popolazioni non (o non correttamente) sorvegliate e monitorate, i principali disturbi/disagi evidenziati dalla letteratura scientifica persistono tuttora. Secondo l’INAIL “Mal di testa, rigidità della nuca, bruciore agli occhi, lacrimazione, dolori in corrispondenza di spalle, braccia e mani sono disturbi che più frequentemente interessano gli addetti ai videoterminali.
Perciò la problematica dell’affaticamento oculo-visivo rimane tuttora di estrema attualità, considerato che l’avvento dello smartworking emergenziale ha dimostrato una accentuazione dei disturbi, causato da ambienti, postazioni ed organizzazione del lavoro improvvisati a domicilio o in altre sedi prescelte.
In conclusione, l’obiettivo benessere oculovisivo deve costituire ancora oggi il ‘goal’ dell’azione del ‘medico competente’, anche in sinergia con altri professionisti sanitari (oculista, ortottista e ottico-optometrista) ed unitamente alle altre figure della prevenzione aziendale.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate le cause di malessere nella nostra società. L’emergenza climatica e la precarietà lavorativa, le guerre e la pandemia da Covid-19 hanno condizionato significativamente la salute mentale dell’intera popolazione.
Secondo una recente indagine di EU OSHA, il 29 % dei lavoratori europei lamenta stress, depressione o ansia, causata o peggiorata dal lavoro: si tratta del secondo problema di salute lavoro-correlato più diffuso in Europa.
Le indicazioni normative e scientifiche degli ultimi anni convergono sulla necessità ed opportunità di aprire la prospettiva della prevenzione ad una analisi più ampia, rispetto alla tradizionale valutazione del rischio ‘stress lavoro-correlato’ e corrispondente non solo a nuovi fattori di rischio (es. telelavoro) ma anche alla dimensione individuale.
I fattori di rischio psicosociale comprendono tutte le condizioni in quanto pongono l’attenzione sugli aspetti di progettazione, organizzazione e gestione del lavoro, nonché i rispettivi contesti ambientali e sociali, che potenzialmente possono arrecare danni alla salute psico-fisica: lo stress lavoro-correlato, la fatica mentale e le condizioni di molestie e violenze sono tra gli effetti possibili.
Nel caso del ‘lavoro al videoterminale’ le principali determinanti sono dettate da: lavoro a distanza (‘smart working’) con isolamento o mancanza di supporto, squilibrio fra vita lavorativa e privata, tolleranza alle nuove tecnologie, precarietà del lavoro e controllo (algoritmi), molestie e violenze, technostress e cyberbullismo.
Ruolo del medico competente (MC)
L’art.25, comma 1 D.Lgs.81/08 e s.m.i. prevede che il medico competente collabori con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione alla predisposizione della attuazione delle misure per la tutela della salute e della integrità psico-fisica dei lavoratori, mentre l’art 41, comma 2 lettera c sollecita la visita medica su richiesta del lavoratore se correlata alle sue condizioni di salute “suscettibili di peggioramento a causa dell’attività lavorativa svolta”.
Alcune sentenze della Corte di Cassazione hanno ampliato negli ultimi anni la responsabilità del datore di lavoro per la tutela della salute mentale dei dipendenti. Il principio cardine è che il datore di lavoro è tenuto a risarcire i danni alla salute psichica del lavoratore non solo in presenza di mobbing, che richiede un intento persecutorio, ma anche in contesti di semplice ambiente lavorativo stressogeno o ‘clima tossico’ “se non ha adottato le cautele necessarie ad evitare che il luogo di lavoro diventi fonte di danno alla persona” (Cassazione n.4279/2024).
L’obbligatorietà della sorveglianza sanitaria per i rischi valutati nel DVR (Documento di valutazione dei Rischi) pone il medico competente nella condizione privilegiata di poter intercettare casi di disagio, che non si presentano all’attenzione del medico di medicina generale (MMG), né dello psicologo o dello specialista psichiatra a causa del cosiddetto ‘stigma’.
Perciò, soprattutto nelle aziende dove si è consolidato un rapporto di fiducia con i lavoratori, il MC può ritrovarsi ad affrontare condizioni di disagio psichico, dalla depressione latente legata a lutti, separazioni, violenze, molestie, ecc. al quadro acuto in trattamento farmacologico (magari nascosto per anni), dal ‘burn out’ causato dal sovraccarico mentale, a manifestazioni di stress legate a cambiamenti o a difficili rapporti interpersonali in azienda.
Il medico competente, formato sul tema, può allora assumere il ruolo di ‘sentinella’ della salute mentale nelle aziende, al fine di favorire un approfondimento specialistico per la diagnosi precoce, l’eventuale inizio di un percorso di cure, oppure la realizzazione di un programma di reinserimento lavorativo, mirando alla riduzione dello stigma.
Ma quali sono i benefici derivanti da un impegno apparentemente distante dagli abituali adempimenti del MC?
Molti e per tutte le parti in causa, riassumibili in “più”:
Perciò ignorare la salute mentale del lavoratore significa perdere una importante opportunità ed attuare soltanto la metà della prevenzione per la salute nei luoghi di lavoro.
Per la valutazione dei rischi psicosociali si rimanda al capitolo Il metodo VIRA, VDT Integrated Risk Assessment.
Sono molteplici le attenzioni che vanno rivolte alla realizzazione di una postazione dotata di videoterminale con riferimento alle problematiche ambientali.
Tra queste va citata la nota esposizione a sostanze quali i Composti Organici Volatili (VOC’s), le polveri sottili (PM) e l’ozono prodotte dalle stampanti-fotocopiatrici dotate di toner. Più recentemente è stata evidenziata una produzione di nano-particelle da parte di questi apparecchi. Si tratta di un gruppo eterogeneo di particelle dal diametro inferiore a 100 nanometri che, durante l’utilizzo, passa dai 5.000 circa ‘di fondo’ fino alle 60.000 particelle/cm3.
Tale dato può assumere una rilevante importanza, considerando lo studio sperimentale che ha dimostrato l’insorgenza di fibrosi polmonare in cavie esposte ad aerosol di nanoparticelle prodotte da toner di stampanti in funzionamento.
Perciò la sorveglianza sanitaria dei videoterminalisti, unitamente ad un adeguato monitoraggio ambientale, può costituire uno strumento decisivo per seguire vaste popolazioni potenzialmente esposte al rischio e comprenderne meglio nel medio lungo periodo le conseguenze sulla salute.
Le soluzioni operative consistono nell’utilizzo di fotocopiatrici/stampanti ‘zero emissioni’ (prive di toner), oppure la loro delocalizzazione in aree dedicate, lontane dalle postazioni di lavoro, che prevedano adeguati sistemi di aspirazione.
A proposito di inquinamento indoor vanno ricordati fattori di rischio chimico più tradizionali quali prodotti impiegati nelle pulizie, materiali edilizi (formaldeide, ecc.) e l’inquinamento esterno.
E tra questi fattori si nascondono probabilmente le cause responsabili della SBS (Sick Building Syndrome) che si manifesta attraverso irritazione alte vie aeree e cute, disturbi nervosi-sensoriali, la cui natura non è ancora del tutto chiarita.
La soluzione si concretizza in provvedimenti di natura impiantistica (efficace ventilazione con sufficienti ricambi d’aria) nelle fasi di progettazione e realizzazione dell’ambiente di lavoro, mentre la successiva attività di prevenzione fa rima con ‘manutenzione’: periodica pulizia e sostituzione dei filtri.
Si colloca accanto a questo tema il problema del microclima negli uffici, che potrebbe essere sintetizzato in una unica ‘questione’ centrale: la diversa (a volte opposta) percezione del caldo/freddo tra più soggetti operanti in postazioni adiacenti, che può condurre a disagi, fino a veri e propri conflitti.
Non essendo sempre possibili soluzioni logistico-impiantistiche (divisori, incremento sensori, personalizzazione della temperatura, ecc.), generalmente si raccomanda l’unico suggerimento praticabile: l’allontanamento tra loro dei lavoratori che si collocano nelle due code opposte della nota ‘curva gaussiana’, dedicata alla distribuzione della popolazione in base al soggettivo benessere climatico.
Tra i rischi fisici va ricordata almeno una problematica di attualità per i (comunque rari) casi di riconoscimento di malattia professionale, Neurinoma del nervo acustico, seppure legati maggiormente alle attività svolte al di fuori degli uffici: l’esposizione a campi elettromagnetici attraverso l’uso professionale dello smartphone.
Il tema merita una trattazione approfondita a sé stante, perciò in questa sede è sufficiente sottolineare l’importanza della valutazione del rischio e perciò il ruolo del medico competente anche in relazione ad una auspicabile attività di formazione dei lavoratori a protezione di tale rischio.
Infine merita di essere citato un ‘vecchio’ rischio, storicamente presente nell’industria, ma tuttora fonte di disagio in alcuni ambienti del terziario: il rumore. Naturalmente non si tratta di livelli sonori che possono produrre un peggioramento permanente della soglia uditiva, ma di intensità che possono ostacolare attività che richiedono notevole attenzione e concentrazione. Al giorno d’oggi una adeguata scelta di materiali con l’eventuale adozione di pannelli fonoassorbenti riduce in maniera più che accettabile il rumore di fondo. Inoltre nei call center l’utilizzo di cuffie con regolazioni del volume non può produrre disagio o, peggio, danni permanenti, all’apparato uditivo.
In definitiva, i vari fattori di rischio sopra descritti possono essere controllati da diverse azione preventive. Tuttavia è sempre preferibile una attenzione mirata alle strutture, in particolare alla scelta degli arredi, dei materiali e degli strumenti tecnologici più idonei, che consenta di neutralizzare i rischi attraverso una prevenzione primaria.
Fino a pochi anni fa in ogni testo di medicina del lavoro, che si occupava di rischio biologico negli uffici, o comunque nel terziario, la problematica si esauriva approfondendo la problematica della ‘legionellosi’, legata spesso ad una insufficiente manutenzione degli impianti di condizionamento dell’aria, o al massimo raccomandando misure protettive per gli addetti al ‘front office’.
Le pubblicazioni più attente si soffermavano anche sul possibile incremento di casi di allergia causati dagli acari della polvere (presenza di moquette o insoddisfacente pulizia degli ambienti), o sulle più rare manifestazioni di ‘astenopia oculare’ (affaticamento visivo) da infezione locale, causate da una scarsa igiene di tastiere, mouse e piani di lavoro.
Ma dall’inizio dell’anno 2020 non è più così. Tutti gli ambienti di lavoro sono stati interessati dall’emergenza legata alla pandemia da COVID-19 e anche gli operatori al videoterminale sono stati sensibilizzati a seguire tutte le norme di igiene e le misure preventive e protettive, dettate da DPCM, Delibere e Circolari regionali.
Le singole aziende hanno perciò agevolato, contestualizzato ed integrato, le misure preventive-protettive, agendo sul piano igienico-sanitario ed organizzativo con il supporto dei medici competenti, impegnati soprattutto nel ‘contact tracing’, nella gestione del ‘rientro al lavoro’ e nella certificazione delle condizioni di fragilità.
(ved. articolo sul Blog: I lavoratori fragili: una nuova sfida negli uffici).
La drammatica pandemia ha perciò confermato il ruolo centrale del medico competente nelle aziende del terziario, attraverso un costante filo diretto con le principali figure aziendali o con singoli lavoratori in difficoltà, rappresentando un ‘punto di riferimento’, pienamente coinvolto nella gestione operativa della crisi.
Adesso nella fase post emergenziale deve comunque rimanere viva l’attenzione delle aziende verso i soggetti ‘fragili’ ed i ‘care giver’, che, al di là del superamento degli obblighi di Legge, possono esseri gestiti attraverso una policy aziendale dedicata.
Premessa
In epoca di lavoro in remoto sempre più diffuso, tramite l’utilizzo dei più svariati dispositivi elettronici e l’introduzione di nuove organizzazioni del lavoro, la valutazione dei rischi nel lavoro al videoterminale rischia di essere obsoleta e soprattutto inefficace, se non tiene conto di questi fattori.
Gli esperti attribuiscono grande importanza agli aspetti muscoloscheletrici, emersi soprattutto in occasione dello ‘smart working emergenziale’, ai fattori oculovisivi, poiché la letteratura ipotizza conseguenze sulla salute per l’esposizione prolungata e/o ravvicinata agli schermi, ed agli elementi psicosociali, legati all’organizzazione e alle relazioni, incluso il tecnostress, favoriti sia da un’organizzazione sempre più liquida, sia da uno sfumato confine fra vita privata e lavorativa.
Che cosa è il ‘metodo VIRA’
Paolo Santucci e Carlo Bisio (Ergonomo europeo certificato e psicologo del lavoro e delle organizzazioni) hanno realizzato nel 2021 un nuovo modello di valutazione dei rischi (VIRA, VDT Integrated Risk Assessment) mirato a chi lavora con qualsiasi dispositivo informatico dotato di schermo in diversi contesti lavorativi, completando un percorso di ricerca inaugurato iniziato due anni prima.
Il metodo VIRA, nel rispetto delle Norme tecniche ISO 26800 (Ergonomia, concetti generali) e ISO 9241 parti 1, 5 e 6 (Requisiti ergonomici per il lavoro in ufficio con VDT), si basa sulla somministrazione di una Lista di controllo e di un Questionario appositamente realizzati per l’individuazione delle problematiche ergonomiche nelle attività al videoterminale con riferimento alla scala ERW (Ergonomic Remote Working Questionnaire) pubblicata nel 2021 sulla Rivista Italiana di Ergonomia.
A che cosa serve il ‘metodo VIRA’
I dati raccolti consentono di valutare, oltre alle modalità di esposizione ai rischi (compito, ambiente e attività), gli effetti sulla salute, permettendo di calcolare attraverso una matrice tridimensionale suggerita dalla letteratura specialistica, un indice di rischio, ma soprattutto di selezionare le misure preventive e protettive più idonee.
Le prime esperienze hanno dimostrato che attraverso il ‘VDT Integrated Risk Assessment’ è possibile analizzare tutti i rischi correlati alla specifica attività, sia domiciliare che in sede, tenendo anche conto della somma o combinazione dei fattori di rischio, al fine di organizzare e predisporre i posti di lavoro, come richiesto specificamente dalla Normativa nazionale (Titolo VII D.Lgs.81/08 e s.m.i.).
In definitiva, il metodo VIRA costituisce uno strumento innovativo, che va oltre l’elemento stanziale della postazione, garantendo l’analisi complessiva di un contesto lavorativo ‘ibrido’, che si sta ormai consolidando nella nostra società e non può più contare sui tradizionali metodi di valutazione dei rischi.
VIRA, attraverso un sistema di valutazione integrato, considera ogni problematica ergonomica correlata all’utilizzo del videoterminale, sia fisica che psicosociale, in remoto o stanziale, proponendo soluzioni mirate e personalizzate, con riferimento a Normative tecniche, Documenti dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro e letteratura scientifica internazionale nel pieno rispetto della Legislazione italiana vigente, comprese le specifiche disposizioni per il lavoro agile (Legge 81/2017 e Protocollo nazionale del 7/12/2021).
RICONOSCIMENTO PER IL METODO VIRA
Il progetto ‘L’applicazione del metodo VIRA a una popolazione di videoterminalisti impegnati nel lavoro ibrido’, realizzato presso la società Proplast con la collaborazione di Confindustria Alessandria Servizi (CeSI), è stato selezionato tra le ‘Buone Pratiche eleggibili’ nell’ambito della Campagna europea 2023-2025 “Salute e sicurezza sul lavoro nell’era digitale”, promossa da European Agency for Safety and Health at Work (EU-OSHA) e gestita in Italia da INAIL, Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro.
VIRA 2.0
Dopo 5 anni di studio, approfondita revisione del metodo ed esperienze sul campo abbiamo realizzato VIRA 2.0, che rappresenta l’evoluzione della precedente versione. VIRA 2.0 mantiene la filosofia originaria di un approccio integrato che considera simultaneamente i rischi Muscoloscheletrici (MSK), Oculovisivi (OV) e Psicosociali (PSY), introducendo anche una valutazione specifica dei rischi Metabolici (MET) legati alla sedentarietà e incorpora sistematicamente i rischi emergenti associati alle nuove tecnologie e alle moderne forme di lavoro, come il lavoro da remoto (ibrido, full remote).
L’aggiornamento del metodo risponde alla necessità di avere uno strumento:
In sintesi, la finalità di VIRA 2.0 consiste nel fornire alle organizzazioni uno strumento valido, affidabile e pratico per adempiere agli obblighi di valutazione dei rischi VDT (Titolo VII, D.Lgs. 81/08) e per la valutazione del rischio Stress Lavoro-Correlato (Art. 28, D.Lgs. 81/08) per quanto attiene ai fattori specifici del lavoro VDT, identificando le criticità e guidando la pianificazione di efficaci misure di prevenzione e miglioramento.
Al di là del rispetto degli obblighi di Legge nell’ambito della sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, è il caso di ribadire l’importanza di una efficace azione di tutela dei ‘lavoratori al videoterminale’ e di promozione del loro benessere, che consenta di sovrapporre obiettivi di ordine etico ed economico a vantaggio della stessa impresa e di tutta la collettività.
Con l’inizio dell’era 4.0 che apre a nuovi scenari, arredi intelligenti e digitalizzazione degli spazi, tecnologie avveniristiche e nuove modalità di lavoro possono produrre vantaggi, ma anche possibili rischi e relative conseguenze sulla salute, soprattutto per gli aspetti di natura ergonomica e psico-sociale, richiedendo un apporto consulenziale al medico competente sempre più costante e complessivo.
Tuttavia, già da oggi il medico specializzato nel ‘lavoro al videoterminale’, se perfettamente integrato nel sistema di prevenzione aziendale e nel ‘team’ di professionisti al servizio dell’impresa, può portare in diversi momenti un contributo decisivo alla gestione dei molteplici fattori di rischio professionale, dalla progettazione degli ambienti fino alla formulazione dei giudizi di compatibilità alla mansione ed alla realizzazione di eventuali progetti di promozione della salute nei luoghi di lavoro.