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Ma chi è il ‘medico degli uffici’? Esiste veramente ?

Introduzione

La legislazione vigente

Le conseguenze sulla salute in ufficio: l’apparato muscolo-scheletrico
Le conseguenze sulla salute in ufficio: la vista e gli occhi
Le conseguenze sulla salute in ufficio: problematiche ambientali

Le conseguenze sulla salute in ufficio: il rischio biologico

Conclusioni
Bibliografia

Introduzione

Ma chi è il ‘medico degli uffici’? Esiste veramente ? Ebbene, sì. E’ in realtà il ‘medico competente’, nominato ai sensi di art. 41 e art. 176, comma 1 del D.Lgs.81/08 e s.m.i. (TUSS, Testo Unico per la Salute e la Sicurezza nei luoghi di lavoro), per ottemperare a diversi obblighi di Legge nei confronti del lavoratore videoterminalista*: dalla *lavoratore che utilizza il videoterminale per almeno 20 ore settimanali dedotte le pause (art.173, comma 1, lettera c, D.Lgs.81/08 e s.m.i.) sorveglianza sanitaria ai sopralluoghi negli ambienti di lavoro, dal contributo alla formazione-informazione sui rischi alla partecipazione alla riunione annuale per aziende con oltre 15 lavoratori (art.25, comma 1). Si tratta perciò di un medico specialista che si occupa della tutela della salute e del benessere dei lavoratori impegnati all’interno di banche e assicurazioni, enti di ricerca e società di servizi, call center e stazioni di controllo e in molte altre attività simili presenti nel commercio e anche nell’industria in molteplici cicli produttivi. Tuttavia, nonostante siano trascorsi 25 anni dall’introduzione degli obblighi di Legge nei confronti dei lavoratori addetti al videoterminale per oltre 20 ore settimanali, la figura del medico competente negli uffici non è ancora conosciuta da tutti, in molti casi è presente ma francamente sottoutilizzata, in altri confusa con il medico oculista. Ma a volte è lo stesso medico competente a non essere pienamente consapevole della portata del suo ruolo e perciò non si pone nelle condizioni di sfruttare tutte le sue potenzialità nel campo specifico. Se si pensa che i lavoratori videoterminalisti stimati in Italia sono tra i 16 e i 20 milioni (1, 2) e che ne risultano visitati regolarmente meno di 3 milioni (3), appare ancora lungo il percorso da compiere per garantire una autentica tutela a questi lavoratori.

La legislazione vigente

Il riferimento centrale è costituito dal cosiddetto Testo Unico per la Salute e la Sicurezza, il D.Lgs.81/08 e s.m.i.. Ai sensi di art. 176, comma 1 il medico competente sottopone a sorveglianza sanitaria il lavoratore videoterminalista con particolare riferimento: a) ai rischi per la vista e per gli occhi; b) ai rischi per l’apparato muscolo-scheletrico. Perciò si tratta di un obbligo di Legge sostanziale, che prevede un’azione sanitaria preventiva, mirata in particolar modo alla prevenzione dei disturbi a vista e occhi e dei problemi muscolo-scheletrici al fine di formulare un giudizio di idoneità alla mansione specifica (art.41). Tuttavia la successione di visite preventive e periodiche consente un contatto costante e diretto medico-lavoratore che può concorrere alla gestione di altri rischi lavorativi, primo fra tutti lo stress lavoro-correlato a cui è dedicata una legislazione specifica. Infatti va ricordato che il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare tutti i rischi per i lavoratori e nel caso specifico dei ‘videoterminalisti’ deve occuparsi principalmente di analizzare i posti di lavoro con particolare riguardo (art.174 D.Lgs.81/08 e s.m.i.): a) ai rischi per la vista e per gli occhi; b) ai problemi legati alla postura ed all’affaticamento fisico o mentale; c) alle condizioni ergonomiche e di igiene ambientale. Perciò si tratta di un grosso impegno, complesso e articolato che non va sottovalutato, ricordando che tutti gli obblighi di Legge sopra citati sono sanzionati penalmente. Nell’ambito del D.Lgs 81/08 e s.m.i. assume un ruolo centrale l’Allegato XXXIV, che comprende i requisiti minimi ai fini della predisposizione dei posti di lavoro e perciò costituisce il riferimento principale per tutti coloro che si occupano di uffici e di terziario più in generale, dai consulenti ai fornitori, a tutte le figure della prevenzione aziendale attraverso la regia del datore di lavoro. Ma non vanno dimenticate le indicazioni contenute nel Decreto 2 ottobre 2000, pubblicato con riferimento all’abolito D. Lgs. 626/94 e s.m.i., ma tuttora vigente ed efficace poiché perfettamente integrato nella successiva produzione del Legislatore. Infine vanno ricordate le Norme, che raccolgono disciplinari e specifiche tecniche nel campo della sicurezza, antropometria ed ergonomia, ma non costituiscono un ‘riferimento’ assoluto ed esaustivo. Prodotti e processi, seppure ‘certificati’, assumono un valore limitato e fine a se stesso, se non vengono correttamente contestualizzati, soprattutto in base alla specifica Legislazione vigente. Perciò è necessario conoscere e capire le esigenze dei diversi utilizzatori nei casi specifici, scegliendo il prodotto che meglio esprime le qualità ergonomiche in quel contesto d’uso e in relazione a quegli utilizzatori. In definitiva, a nulla vale un ambiente di lavoro formalmente ‘ergonomico’ se non si realizza nella persona una reale percezione globale di benessere (4).

Le conseguenze sulla salute in ufficio:
l’apparato muscolo-scheletrico

Contrariamente a quanto percepito da molti, l’ambiente degli uffici può nascondere insidie per la salute, spesso sottovalutate e a volte proprio ignorate. Il ‘medico degli uffici’ ricopre perciò un ruolo prevenzionistico centrale, innanzi tutto verso l’insorgenza di malattie professionali o lavoro-correlate. Tuttavia nella maggior parte dei casi le criticità che incontra il medico competente riguardano la valutazione di compatibilità fra l’eventuale menomazione/malattia ‘comune’ dell’operatore e le ‘richieste’ della mansione. Mai come in questi casi si rende indispensabile un lavoro di squadra che coinvolga tutte le necessarie competenze, aziendali ed extra-aziendali, sia tecnico-organizzative che sanitarie. Naturalmente il medico competente riveste un ruolo decisivo anche nei casi in cui l’azienda intenda realizzare iniziative di promozione della salute per i lavoratori degli uffici, che verranno di volta in volta ‘confezionate’ in base agli obiettivi ed al budget disponibile con riferimento al’art.25 comma 1 D. Lgs. 81/08 e s.m.i. : “..Collabora inoltre alla attuazione e valorizzazione di programmi volontari di ‘promozione della salute’, secondo i principi della responsabilità sociale”. Di seguito vengono illustrati i principali fattori di rischio da prevenire, o per lo meno limitare, e le relative misure raccomandate nell’ambito dell’apparato muscolo-scheletrico. Con preciso riferimento alla mansione di ‘videoterminalista’ va tenuta presente la voce n°78 della Tabella delle malattie professionali, di cui al D.M. 9 aprile 2008: “malattie da sovraccarico biomeccanico dell’arto superiore per lavorazioni svolte in modo non occasionale che comportano movimenti ripetuti o mantenimento di posture incongrue”. Mentre nell’Elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia (art. 139 del Testo Unico approvato con DPR n°1124/65 e s.m.i.), è presente la “sindrome da sovraccarico biomeccanico polso-mano”, lista I, malattie da agenti fisici con origine lavorativa “di elevata probabilità”, correlata alle “posture incongrue a carico degli arti superiori per attività eseguite con ritmi continui e ripetitivi per almeno la metà del tempo del turno lavorativo”. Perciò si evince dagli elenchi delle malattie professionali e delle malattie denunciabili, per cui l’origine lavorativa è considerata di ‘elevata probabilità’, che possono insorgere nell’ambito del lavoro in ufficio vere e proprie patologie. Infatti va ricordato che si moltiplicano le segnalazioni (ed a volte i riconoscimenti da parte dell’Ente assicuratore INAIL) di malattie, quali ‘sindrome del tunnel carpale’ e ‘tendinopatie’ del distretto mano-polso fra i videoterminalisti, mentre ha fatto scuola il caso di una ‘Sindrome pronatoria dell’arto superiore’ per ‘overusing da mouse’ riconosciuta ad un videoterminalista bancario da una Sentenza della Corte d’Appello de L’Aquila datata 14 febbraio 2013. A tal proposito, secondo INAIL, “la posizione seduta mantenuta per tempi prolungati in posizione fissa e l’utilizzo prolungato del ‘mouse’ e della ‘tastiera’ possono determinare un sovraccarico funzionale a carico del rachide e degli arti superiori, la sorveglianza sanitaria dovrà comprendere anche un’accurata valutazione dei distretti interessati che tenga conto anche dei fattori predisponenti personali nonché delle abitudini voluttuarie” (5). Anche la letteratura internazionale dimostra un incremento dei disturbi a collo e spalle fra i videoterminalisti (6) ed una associazione fra uso del videoterminale e disturbi muscolo-scheletrici, in particolare dolore o rigidità del collo con prevalenza pari al 59,3 % (7). In sintesi, l’attenzione deve concentrarsi su due tipi di rischio: i ‘movimenti ripetitivi’ (generalmente dito indice e medio che azionano il puntatore-mouse) e le ‘posture incongrue statiche e protratte’ (principalmente avambraccio e tronco privi di sostegno, rispettivamente del piano di lavoro e dello schienale). Anzi, se possibile, l’ideale sarebbe acquisire una valutazione del rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori, per esempio con metodologia OCRA, che consenta di accertare con maggiore precisione la corretta realizzazione del ‘layout’ e l’adeguata organizzazione del lavoro in ufficio. Perciò, se da un lato è fondamentale una sorveglianza sanitaria mirata in grado di prevenire il manifestarsi di quadri clinici conclamati, cogliendone i sintomi ed i segni più precoci, ancora più importante è la predisposizione di un layout adeguato delle postazioni, aderente alle raccomandazioni di Legge (in primis: piano di lavoro e seduta), e una azione formativa-informativa pratica ed aggiornata, che orienti gli operatori sulle corrette posture da assumere. Inoltre, quadri clinici extraprofessionali, caratterizzati da disabilità a carico di arti superiori e/o della colonna oppure semplici ‘predisposizioni’ individuali dei lavoratori, possono presentare importanti ricadute sull’operatività al videoterminale. Ciò accade perché le disabilità più significative vengono spesso avviate negli uffici per lo svolgimento di mansioni al videoterminale dopo eventuale periodo di riqualificazione: si tratta di lavoratori invalidi selezionati da liste provinciali degli Uffici del lavoro, oppure provenienti dalle attività di produzione della stessa azienda. In questi casi rivestono un ruolo decisivo la riabilitazione fisiatrica dell’operatore e la prescrizione di adeguati presidi da parte del medico competente con eventuale supporto di specialisti di branca: mouse particolari, supporti, tappetini poggia polso, ecc. (8). A tal proposito si può citare una indagine che, in occasione delle visite mediche di Legge effettuate a n°235 lavoratori videoterminalisti di una società multinazionale, ha evidenziato n°21 casi (8,94%) di idoneità con prescrizioni utili a prevenire, o comunque a mitigare, le problematiche muscolo-scheletriche a carico di arti superiori e colonna vertebrale (9). Se per ipotesi tale statistica venisse confermata su base nazionale, attraverso studi ben più ampi, la stima prudenziale di 16 milioni di videoterminalisti in Italia permetterebbe di calcolare quasi un milione e mezzo di lavoratori potenzialmente coinvolti nella prevenzione di patologie/disfunzioni muscolo-scheletriche. Diventa perciò intuitivo comprendere quanti soggetti potrebbero beneficiare da un vero sistema di prevenzione aziendale ‘a 360°’, che consenta di evitare loro patologie come la ‘sindrome del tunnel carpale’ oppure le ‘tendiniti dell’arto superiore’, mantenendo la piena compatibilità alla mansione fino al termine dell’iter professionale e garantendo benefici economici per la collettività attraverso il contenimento della spesa sanitaria pubblica. Le attrezzature dotate di un ‘piccolo dispositivo di visualizzazione’ (< 10 pollici), come smartphone (PDA-phone) e ‘tablet’, non rientrano nei criteri di applicazione della Legge, tuttavia appare ragionevole procedere ad una loro valutazione del rischio con eventuale sorveglianza sanitaria mirata, considerato che, al di là della problematica del sovraccarico biomeccanico, questi ‘devices’ possono sollecitare anche l’apparato visivo in modo superiore ad un VDT/PC di tipo desktop (1). In conclusione, la letteratura scientifica specialistica unitamente all’esperienza pratica quotidiana, chiede a tutti gli ‘addetti ai lavori’ di ricollocare l’uomo al centro del percorso progettuale, ripensando soprattutto gli uffici di vecchia concezione dove l’operatore è spesso “abbandonato ai suoi disagi operativi senza una adeguata tutela a favore della sua salute e del suo rendimento” (10).

Le conseguenze sulla salute in ufficio:
la vista e gli occhi

La realtà quotidiana negli uffici può essere caratterizzata da organici ridotti e relative attività ‘in straordinario’, picchi di attività stagionale e deficit di comunicazione. Tra i principali fattori che favoriscono l’insorgenza di stress lavoro-correlato emergono ‘intensità del carico e dei ritmi di lavoro’, ‘scarso controllo dei processi di lavoro e impossibilità a partecipare alle decisioni’, ‘monotonia e scarsezza di contenuti’. E vanno inoltre ricordati il ruolo dei fattori psico-sociali nella individuazione di casi di affaticamento oculo-visivo (1, 2) e le evidenze scientifiche che intrecciano disturbi muscolo-scheletrici e stress lavorativo (1, 32). Perciò una attenta sorveglianza sanitaria del videoterminalista permette di raccogliere elementi utili ad un monitoraggio prezioso, che consenta al medico competente di riconoscere disturbi e/o malattie lavoro associate, riguardanti principalmente i sistemi neuropsichico, cardiocircolatorio, gastrointestinale, immunologico e muscoloscheletrico. In questo modo uno strumento di prevenzione secondaria e terziaria come la sorveglianza sanitaria può fungere da feed-back per una più appropriata prevenzione primaria del rischio stress lavoro-correlato (33). Ma è proprio la ‘prevenzione primaria’ da preferire, attraverso la realizzazione di ambienti ‘antropocentrici’, governati da una efficace organizzazione del lavoro che comprenda idealmente chiarezza di comunicazione, trasparenza, adeguato supporto ai lavoratori, anche tramite formazione continua, ed attenzione verso i loro bisogni. Si tratta perciò di una delicata responsabilità, che parte dal datore di lavoro e coinvolge diversi collaboratori e figure della prevenzione aziendale, precisando che la valutazione dello stress lavoro-correlato non è altro che una analisi organizzativa della stessa azienda. Sta ovviamente alla figura datoriale decidere le modalità di gestione di questo passaggio: mero adempimento formale, oppure occasione per crescere, riorganizzando l’azienda, attraverso dati e suggerimenti prodotti dall’indagine. Spostando il tema stress sull’utilizzo di altri dispositivi come tablet e smartphone (PDA-phone), non si può non pensare allo spazio crescente che sta conquistando il cosiddetto ‘tecnostress’: un disturbo causato dall’uso scorretto ed eccessivo di tecnologie dell’informazione e di apparecchi informatici e digitali. Lo stress origina dalla necessità di adattarsi ai continui e rapidi processi tecnologici che caratterizzano modelli comportamentali indotti da nuovi ed efficienti modelli di organizzazione del lavoro (34). Tra i rischi che il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare vanno evidenziati anche i ‘problemi legati all’affaticamento mentale’, poiché di crescente interesse per l’evoluzione del mondo del lavoro, oltre che obbligo di Legge ai sensi di art.174 D.Lgs.81/08 e s.m.i.. Infatti la valutazione del carico di lavoro mentale e dell’eventuale affaticamento può evidenziare una molteplice valenza, dall’obiettivo della riduzione degli errori alla prevenzione dei problemi di salute, dalle favorevoli ricadute sul rischio stress lavoro-correlato all’incremento della produttività. In prospettiva la valutazione del ‘carico di lavoro mentale’ assume anche maggiore rilievo in relazione al costante incremento di processi caratterizzati da una forte componente mentale, favoriti dalla rapida diffusione delle ‘macchine intelligenti’ in piena era 4.0. In definitiva si tratta di una valutazione che consente di misurare l’entità del carico di lavoro e perciò di rimodulare eventualmente i compiti inseriti nella mansione, o affidati al singolo operatore, per esempio, nel caso di disabilità, scongiurando il rischio di un eventuale sopra/sottoutilizzo ed incrementando l’efficienza del medesimo. Tuttavia, la complessità e la particolarità della valutazione del carico di lavoro mentale richiede il coinvolgimento di uno specialista del settore con provata esperienza specifica, coadiuvato dalle diverse figure della prevenzione aziendale.

Le conseguenze sulla salute in ufficio: problematiche ambientali

Sono molteplici le attenzioni che vanno rivolte alla realizzazione di un ufficio con riferimento alle problematiche ambientali. Tra le meno note vi è la MCS, Sindrome della Sensibilità Chimica Multipla, la cui eziologia non è ancora accertata, che si può definire come un quadro sintomatologico caratterizzato da reazioni negative dell’organismo ad agenti chimici ed ambientali presenti a concentrazioni generalmente ben tollerate dalla maggior parte dei soggetti (35). Nella realtà quotidiana i riscontri di questa patologia sono rari od eccezionali, ma a maggior ragione il monitoraggio di questi casi sul territorio può concorrere a meglio definire i contorni della Sindrome stessa, considerando l’esistenza di forme ‘fruste’ o non facilmente riconoscibili. Una patologia sconosciuta ai più ma correlabile al lavoro negli uffici, è la LS, Lipoatrofia Semicircolare, caratterizzata da depressioni orizzontali della cute ‘a banda’, soprattutto sulla superficie anteriore e laterale delle cosce, la cui eziologia non è stata definitivamente chiarita. Tra le cause sono state ipotizzate l’accavallamento protratto delle gambe e l’utilizzo di sedute rigide dal bordo sottile, la bassa umidità relativa e le cariche elettrostatiche, ma in un recente studio caso-controllo con prevalenza della LS pari all’1,8 %, sono stati individuati, quali fattori di rischio, il genere femminile ed i microtraumi ripetuti della coscia contro il bordo del piano di lavoro (36). Tuttavia, gli stessi autori auspicano ulteriori studi per avere conferma di un quadro clinico certamente sottostimato, se si considera la popolazione lavorativa potenzialmente esposta. Ancora più complesso risulta lo studio degli effetti sulla salute dovuti all’esposizione alle nano-particelle, un gruppo eterogeneo di particelle dal diametro inferiore a 100 nanometri, che durante l’utilizzo di stampanti con toner passa dai 5.000 circa ‘di fondo’ fino alle 60.000 particelle/cm3. Tale dato può assumere una rilevante importanza, considerando lo studio sperimentale che ha dimostrato l’insorgenza di fibrosi polmonare in cavie esposte ad aerosol di nanoparticelle prodotte da toner di stampanti in funzionamento (37, 38). Perciò la sorveglianza sanitaria dei videoterminalisti può costituire uno strumento decisivo per monitorare vaste popolazioni potenzialmente esposte al rischio e comprendere meglio nel medio lungo periodo le conseguenze sulla salute che possono provocare le nuove tecnologie. Le soluzioni operative consistono nell’utilizzo di fotocopiatrici/stampanti ‘zero emissioni’ (prive di toner), o almeno la loro delocalizzazione in aree dedicate, lontane dalle postazioni di lavoro, che prevedano adeguati sistemi di aspirazione. A proposito di inquinamento indoor vanno ricordati fattori di rischio chimico più tradizionali quali prodotti impiegati nelle pulizie, materiali edilizi (formaldeide, ecc.), le già citate fotocopiatrici/stampanti (VOC’s, polveri sottili, ozono) e l’inquinamento esterno. E tra questi fattori si nascondono probabilmente le cause responsabili della SBS (Sick Building Syndrome) che si manifesta attraverso irritazione alte vie aeree e cute, disturbi nervosi-sensoriali, la cui natura non è ancora del tutto chiarita (39). Senza entrare in troppi particolari, la soluzione si concretizza in provvedimenti di natura impiantistica (efficace ventilazione con sufficienti ricambi d’aria) nelle fasi di progettazione e realizzazione dell’ambiente di lavoro, mentre la successiva attività di prevenzione fa rima con ‘manutenzione’: periodica pulizia e sostituzione dei filtri. Si colloca accanto a questo tema il problema del microclima negli uffici, che potrebbe essere riassunto in una unica ‘questione’: l’opposta percezione del caldo/freddo tra più soggetti operanti in postazioni adiacenti, che può condurre a disagi, fino a veri e propri conflitti. In assenza di non semplici soluzioni tecnologico-impiantistiche (divisori, incremento sensori, personalizzazione della temperatura, ecc.), il medico competente dispone di un unico suggerimento: l’allontanamento tra loro dei lavoratori che si collocano nelle due code opposte della nota ‘curva gaussiana’, dedicata alla distribuzione della popolazione in base al soggettivo benessere climatico. Tra i rischi ambientali va ricordata almeno una problematica di estrema attualità per i recenti, ma rari, casi di riconoscimento di malattia professionale (neurinoma del nervo acustico), seppure legati maggiormente alle attività svolte al di fuori degli uffici: l’esposizione a campi elettromagnetici attraverso l’uso professionale dello smartphone. Il tema merita una trattazione approfondita a sé stante, perciò in questa sede è sufficiente sottolineare l’importante ruolo di supporto del medico competente nei confronti di azienda, per quanto riguarda la valutazione del rischio, e lavoratori in merito alla formazione-informazione sul rischio. Infine merita di essere citato un ‘vecchio’ rischio, storicamente presente nell’industria, ma tuttora fonte di disagio in alcuni ambienti del terziario: il rumore. Naturalmente non si tratta di livelli sonori che possono produrre un peggioramento permanente della soglia uditiva, ma di intensità che possono ostacolare, non poco, attività che richiedono notevole attenzione e concentrazione. Al giorno d’oggi una adeguata scelta di materiali con l’eventuale adozione di pannelli fonoassorbenti riduce in maniera più che accettabile il rumore di fondo. Inoltre nei call center l’utilizzo di cuffie con regolazioni del volume non può produrre disagio o, peggio, danni permanenti, all’apparato uditivo. In definitiva, i vari fattori di rischio sopra descritti possono essere controllati da diverse azione preventive, tuttavia è sempre preferibile ‘a monte’ una attenzione mirata alle strutture, in particolare alla scelta degli arredi, dei materiali e degli strumenti tecnologici più idonei, che consenta di neutralizzare i rischi attraverso una prevenzione primaria.

Le conseguenze sulla salute in ufficio: il rischio biologico

In ogni trattato, o articolo di medicina del lavoro, che si occupa di uffici, il tema ‘rischio biologico’ si esauriva, di solito, approfondendo la problematica della ‘legionellosi’, legata spesso ad una insufficiente manutenzione degli impianti di condizionamento dell’aria, o al massimo raccomandando misure di protezione per gli addetti al ‘front office’ e l’effettuazione della vaccinazione antinfluenzale all’interno dell’azienda con l’obiettivo di ridurre la morbilità nel corso dell’epidemia stagionale. Le pubblicazioni più attente si soffermavano anche sul possibile incremento di casi di allergia causati dagli acari della polvere, dovuti a particolari arredi o ad insoddisfacente pulizia degli ambienti, o sulle più rare manifestazioni di ‘astenopia oculare’ da infezione locale, causate da una scarsa igiene di tastiere, mouse e piani di lavoro. Dall’inizio dell’anno 2020 non è più così. Tutti gli ambienti di lavoro sono stati interessati dall’emergenza legata alla pandemia da COVID-19 e anche gli operatori al videoterminale sono stati sensibilizzati a seguire tutte le norme di igiene e le misure preventive e protettive, dettate da DPCM, Delibere e Circolari regionali. Le singole aziende hanno perciò agevolato, contestualizzato ed integrato, se del caso, le misure preventive-protettive, agendo sul piano igienico-sanitario ed organizzativo. Su quest’ultimo aspetto molte imprese del terziario hanno promosso una esperienza unica, attuando un ‘pacchetto di misure’, dall’obbligo dello smartworking all’isolamento dell’azienda o di sue parti, dalla ‘compartimentazione’ degli uffici alla disposizione di comunicare soltanto tramite mail, che, oltre ad aver contribuito concretamente a spezzare la catena di contagio del virus COVID-19, costituisce adesso un patrimonio di conoscenze da preservare nella malaugurata eventualità di nuove pandemie. Originale si è rivelata anche l’esperienza consulenziale dei medici competenti, sempre meno impegnati nella sorveglianza sanitaria, man mano che la pandemia avanzava, e sempre più in contatto con le aziende che chiedevano supporto per numerosi aspetti sanitari ed organizzativi, dalla gestione dei numerosi casi di ‘contatto indiretto’ alla gestione del ‘rientro’ alla condivisione delle misure preventive e protettive, sia individuali che collettive. Se ce n’era ancora bisogno, la drammatica pandemia ha confermato il ruolo centrale del medico competente nelle aziende del terziario, anche e soprattutto nel corso dell’emergenza virologica, attraverso un costante filo diretto con le principali figure aziendali o con singoli lavoratori in difficoltà, rappresentando un autentico ‘punto di riferimento’, pienamente coinvolto nella gestione operativa della crisi.

Conclusioni

Al di là del doveroso rispetto degli obblighi di Legge nell’ambito della sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, è il caso di ribadire l’importanza di una efficace azione di tutela dei ‘lavoratori degli uffici’ e di promozione del loro benessere che, peraltro, consente di sovrapporre obiettivi di ordine etico ed economico a vantaggio della stessa impresa e di tutta la collettività. Nella panoramica dedicata ai rischi lavoro-correlati emerge chiaramente la natura multidisciplinare delle problematiche trattate, che coinvolgono diverse figure professionali, dal progettista dell’ambiente di lavoro che primo fra tutti ‘immagina’ la vita professionale degli operatori negli uffici, fino al medico competente che, ultimo in ordine di apparizione (almeno per i lavoratori), presenta tra i suoi compiti principali il monitoraggio del loro stato di salute. Ecco perché il medico competente, soprattutto se esperto della specifica attività presso gli uffici, può rappresentare un elemento prezioso nel produrre il feed back che concorre a consolidare, oppure a correggere, l’investimento strutturale ed organizzativo intrapreso dall’azienda, consentendo la massima valorizzazione del capitale umano. Pertanto, maggiore sarà stata la cura e l’attenzione nella progettazione iniziale e nella successiva realizzazione dell’ambiente di lavoro, più facile ed efficace sarà l’azione preventiva portata avanti dal ‘medico degli uffici’. Tuttavia dalle diverse figure politecniche, biosanitarie e della prevenzione aziendale deve nascere una esigenza, promossa dalla figura datoriale, di costante confronto e collaborazione, quasi una ‘alleanza’ a favore del benessere degli operatori, che non sempre si riscontra nella realtà quotidiana. Al giorno d’oggi si tratta di una stretta necessità, che può concorrere realmente al successo dell’azienda, se si accetta di andare oltre il formale recepimento degli obblighi di Legge e della eventuale scelta di adeguarsi alle Norme tecniche o di acquisire le principali Certificazioni di qualità. Alla base di tutto si dovrebbe realizzare una nuova presa di coscienza, prima di tutto di natura culturale, che passi attraverso la valorizzazione e l’integrazione delle diverse figure professionali coinvolte, di cui il ‘medico competente degli uffici’ è, probabilmente, la meno conosciuta, ma anche la più trasversale. Peraltro questa figura è già pronta a ‘cambiare pelle’ con l’avvio dell’era 4.0, che apre a nuovi scenari. Arredi intelligenti e digitalizzazione degli spazi, tecnologie avveniristiche e nuove modalità di lavoro potranno produrre vantaggi, ma anche possibili rischi e relative conseguenze sulla salute, soprattutto per gli aspetti di natura ergonomica e psico-sociale, richiedendo un apporto consulenziale sempre più continuo al medico competente (40). Tuttavia, già da oggi il ‘medico degli uffici’, se perfettamente integrato nel sistema di prevenzione aziendale e nel ‘team’ di professionisti al servizio dell’impresa, può portare in diversi momenti un contributo decisivo alla gestione dei molteplici fattori di rischio professionale, dalla progettazione degli ambienti fino alla formulazione dei giudizi di compatibilità alla mansione ed alla realizzazione di eventuali progetti di promozione della salute nei luoghi di lavoro.

Bibliografia

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